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La luce splende nelle tenebre Gv 1,5

Abbiamo deciso di condividere questa esperienza che abbiamo vissuto durante il primo lock down di Marzo- Maggio 2020 con i Samaritan’s purse, un’associazione caritativa cristiana venuta dall’America con un ospedale da campo, per dare il proprio contributo all’ospedale di Cremona.

Questo periodo è stato per noi come una meteora di Luce passata dentro una tenebra fittissima.

L’esperienza diretta all’interno delle tende dell’ospedale l’ha fatta soltanto Sara, ma più o meno direttamente siamo state coinvolte tutte, sia per la forte risonanza che questa aveva tra di noi, sia per gli scambi di amicizia con i membri dell’Associazione e con alcuni pazienti, iniziati durante quei giorni e che continuano ancora oggi.


PAOLA: "L’incontro con i Samaritan’s è stato per me come una ventata di aria fresca, una bella primavera, che ha attraversato il buio e lo smarrimento di quel periodo.

Grazie all’esperienza di Sara alle tende e al suo desiderio di condividerla con noi, abbiamo potuto anche noi toccare con mano i miracoli quotidiani che compie l’amore, quello che purtroppo dai telegiornali non riesce ad emergere. È stato come vedere concretamente l’Amore e la presenza costante di Cristo su ciascuno attraverso la cura premurosa dei volontari. Tutto questo a molti malati ha dato speranza e ha aiutato ad alzare lo sguardo. Alcuni dei Samaritan’s sono venuti anche a cena da noi. E’ stato bello poter condividere con loro esperienze, pezzi di vita, e capire che al di là delle differenze religiose, ad unirci è proprio Gesù e il fare le cose per Lui".


In quei giorni a Cremona sembrava di stare in guerra: la sirena delle ambulanze pressoché continua a tutte le ore, l’ospedale tutto dedicato ai pazienti covid, l’auto dei vigili che con l’altoparlante invitava a rimanere a casa, le notizie allarmanti ai telegiornali… situazioni che più o meno abbiamo vissuto tutti.

Tuttavia all’interno della nostra piccola fraternità per grazia, da subito non si è vissuto un clima di paura e di chiusura in noi stesse, ma piuttosto un vivo desiderio di renderci utili. Abbiamo dato la nostra disponibilità ad alcune associazioni civili a portare la spesa agli anziani e ai più bisognosi, ma ci è stato risposto che c’erano talmente tanti volontari che non ce n’era bisogno!! Bellissimo segno di solidarietà e di aiuto fraterno. Cremona ha confermato di essere una città esemplare da questo punto di vista e lo si è percepito forte anche dall’interno dell’ospedale da campo.


“Per caso” in fondo al sito della diocesi di Cremona Sara ha scoperto che il Samaritan’s purse richiedeva degli interpreti di lingua inglese per un servizio di traduzione all’interno delle tende tra il personale americano, o comunque anglofono, e i pazienti italiani.

Quasi per gioco ha inviato la mail per offrire la sua disponibilità: sapeva di non essere un’interprete e non aveva neanche un curriculum da allegare… Chissà dov’era l’ultimo fatto!

La presenza a Cremona di questo ospedale da campo americano, tuttavia, aveva da subito catturato il suo interesse.

Inaspettatamente dopo qualche giorno le risponde Ingrid chiedendo un colloquio telefonico! A questo punto ne fa partecipi anche Paola e Cristina, perché, ovviamente, la decisione non riguardava soltanto Sara ma coinvolgeva tutte insieme le sorelle.


Superato il colloquio arriva la proposta: si tratta di prestare un servizio di 4 giorni alla settimana, dal giovedì alla domenica in turno pomeridiano dalle 13:45 alle 22:15.

Adesso si doveva dare una risposta sicura e impegnativa.

Ognuna di noi ha pregato cercando di capire se il Signore ci stesse davvero invitando a fare questa esperienza che comportava un rischio serio.

Noi, all’unanimità, abbiamo deciso di accettare, non senza una certa trepidazione, ma anche con un forte entusiasmo.


CRISTINA: ”Sebbene indirettamente, anch’io ho vissuto l’esperienza di Sara dell’Ospedale da Campo come la presenza di Gesù che passa a consolare, a guarire, ad accompagnare …

L’entusiasmo di Sara era contagioso; anch’io ero desiderosa di conoscere queste persone semplici, normali che, per la scelta di grazia che avevano fatto, si trasformavano in testimoni veraci di Gesù, compiendo nel Suo nome gesti di carità mettendo tutto se stessi. L’avrei fatto anch’io … ma purtroppo non conosco così bene l’inglese!!!

Incontrando qualcuno di loro ho capito che la lingua non è un ostacolo: se è vero il desiderio di bene che ciascuno porta nel cuore, un sorriso, uno sguardo, un gesto, valgono più di molte parole che a volte, dette nella stessa lingua, si fanno fatica a comprendere.

Se la pandemia è stato indubbiamente un evento negativo, ha suscitato attorno a sé tanta luce perché chi non si è chiuso nelle proprie paure e nel proprio egoismo ha sperimentato la grazia di spendersi per gli altri e per le loro necessità … e questo riempie il cuore di chiunque … anche di chi si definisce ateo!”


SARA: ”Ho iniziato il 2 Aprile. Inizialmente mi hanno fatto fare una prova di due giorni, per rendermi conto di cosa si trattava e per capire da parte loro se ero idonea a questo tipo di servizio. La prova è andata bene e così ho continuato fino alla fine, 9 Maggio, cioè fino a quando l’ospedale è rimasto operativo.

Rachel, una giovane ragazza dei Samaritan’s purse, che era semplicemente radiosa ed entusiasta nel farmi fare il giro dell’ospedale e nel raccontarmi la sua esperienza come missionaria, mi ha dato tutte le istruzioni necessarie per fare il “donning” e il “doffing” cioè indossare i dispositivi di protezione a inizio turno e togliere gli stessi, contaminati, a fine turno in modo sicuro.

L’operazione richiedeva circa 10-15 minuti ed era fatta con rigore estremo: venivi formata all’inizio, dopo ti aiutavano finché non eri autonoma inoltre c’erano ovunque indicazioni negli appositi spazi. Quando arrivavo dentro l’ospedale mi dovevo misurare la febbre e registrarla in un apposto foglio e così ad ogni fine turno.

Passavo poi nello spogliatoio dove cambiavo totalmente gli abiti indossando le divise mediche che passavano dall’ospedale (pantaloni e camicia), più gli stivali di gomma.

Da qui si passava alla vera e propria “donning area” per mettere su nell’ordine: un paio di guanti di plastica, il camice (forandolo con il pollice), la cuffia per i capelli, la mascherina professionale, la visiera o gli occhiali di protezione e un altro paio di guanti. Dopodiché entravamo nella

zona definita ad alto rischio, dove non si poteva entrare se non vestiti così.




I passaggi del doffing erano forse ancora più rigorosi: dopo ogni dispositivo che toglievamo ci dovevamo lavare le mani con acqua e cloro (con appositi rubinetti): un paio di guanti – lavaggio con il cloro, la cuffia-lavaggio con il cloro-la visiera dovevamo immergerla nel secchio del cloro per sciacquarla più tardi, letteralmente strapparsi il camice dal davanti cercando di non toccarsi la pelle-lavaggio con il cloro- spruzzare gli stivali sopra e sotto con il cloro etc…


L’ospedale era formato da due tende maschili e due femminili, di circa 15 letti ciascuno, dalla terapia intensiva con circa 12 letti, più in laboratorio, la farmacia, l’amministrazione, l’area ristoro e altre tende che servivano per la gestione.




Il mio primo giorno di servizio è stato dentro una delle due tende maschili, durante il quale ho assistito subito alla morte di Bruno: è toccato a me chiamare la figlia per avvertire che il papà stava morendo. Durante la videochiamata Bruno con un filo di voce è riuscito a dirle “ciao” e quella è stata la sua ultima parola. Nella seconda telefonata che ho dovuto fare per comunicare che il papà era salito al cielo, la figlia non smetteva di ringraziare i medici e gli infermieri per la cura e l’amore che avevano dato al papà. Era profondamente commossa per ciò che era stato fatto per lui.

Il lavoro degli interpreti consisteva, oltre a tenere i contatti con i familiari facendo le videochiamate, nel tradurre tutto ciò che i medici, gli infermieri e i pazienti dovevano dirsi.

Ad ogni nuovo arrivo c’era da fare l’anamnesi per la cartella clinica, ogni due ore circa l’infermiera di turno faceva il giro dei letti misurava ossigeno, febbre e pressione o dava le medicine. Al momento della cena si doveva chiedere cosa volessero da mangiare, inoltre qualsiasi richiesta da parte del paziente passava anzitutto attraverso gli interpreti. Si può dire che il primo contatto con i pazienti lo avevamo noi.

Inoltre per il fatto che eravamo là dentro gli unici a parlare in italiano eravamo percepiti dai pazienti più vicini, più familiari e questo è stato importante per loro, soprattutto in quel momento in cui non potevano ricevere visite dai propri parenti.

Noi interpreti non eravamo autorizzati a fare il lavoro degli infermieri e non dovevamo toccare i pazienti, ma nei momenti di più forte stress dovuto al numero dei malati presenti e alla serietà delle loro condizioni questo era impossibile: allora c’era la possibilità di aiutare ad alzare i pazienti, lavarli, imboccarli etc oltre a rimboccare le coperte, stare loro vicini, accarezzarli, tenerli per mano… Sono stati giorni di vita intensa pieni di esperienze molto forti. Nel mio “diario di bordo” che scrivevo ogni sera dopo aver messo gli abiti in lavatrice e fatto la doccia (così ci era stato raccomandato di fare) più di una volta ho scritto


“oggi è uno di quei giorni per il quale vale la pena essere vissuta!”


Anche il personale dei Samaritan’s purse non si è certo tirato indietro nella relazione con i pazienti; non solo li curavano con grande serietà e professionalità, ma ogni volta si proponevano anche di pregare per loro e non ho mai sentito un rifiuto. Le persone malate, in quelle condizioni, ben volentieri si prendevano quel momento di preghiera tutto per loro, a prescindere dal loro credo: il medico o l’infermiera si sedeva accanto e rivolgendosi a Gesù intercedeva per loro chiedendo ogni bene, la guarigione, la salute dei loro cari e ogni specifica richiesta che i pazienti facevano. Dopo i loro visi erano più distesi e sereni.

Ricordo di una ragazza che era arrivata lì senza aver capito bene che cosa le stesse succedendo, quando le è stato detto che ha aveva la polmonite da covid ha iniziato a piangere, in preda all’ansia, ma dopo che il dottore ha pregato per lei era un’altra persona, rideva e scherzava con i vicini di letto.

Durante questo periodo ho concretamente sperimentato la potenza della preghiera.

Non solo pregavamo sui pazienti ma anche ad ogni cambio turno chi lasciava pregava e invocava la benedizione sui membri del nuovo turno.

Gli evangelici usano molto la preghiera spontanea, dal cuore.



Quando mettevo piede in ospedale, mi accoglieva Jason il quale, insieme alla moglie Damaris, pregava su di me chiedendo a Dio la protezione, la benedizione e che Gesù passasse attraverso i miei gesti e le mie parole.

Inoltre tutti i membri dei Samaritan’s avevano momenti di preghiera nell’albergo dove alloggiavano mentre migliaia e migliaia di persone negli Stati Uniti e non solo pregavano per questa missione.

Ci sono stati dei veri e propri miracoli, non solo di guarigione, ma soprattutto di forti conversioni. Tanti, tantissimi pazienti sono stati immersi in un clima di amore e di preghiera e lo hanno sperimentato sulla propria pelle.

Molti dicevano che non sarebbero più voluti andare via, qualcuno ha chiesto di ritardare la propria dimissione, molti hanno testimoniato di aver trovato una famiglia. Certo c’è stato anche chi ha preferito andare in strutture meno disagiate, ma si possono contare sulle dita di una mano.

Mario, uno dei pazienti che è rimasto più a lungo nelle tende, tanto che era stato scherzosamente definito il “sindaco”, ringrazia ancora di aver avuto il covid perché gli ha permesso di conoscere questa realtà della quale altrimenti non sarebbe mai venuto a conoscenza.

E come lui si potrebbero fare tantissimi esempi. Mario è uno di quei pazienti che è rimasto in contatto e quest’anno ha festeggiato il suo compleanno con noi, oltre a passare di tanto in tanto per un buon caffè!









Al primo impatto nelle tende si percepiva proprio una situazione “da campo”, non c’erano sicuramente le stesse comodità di un ospedale: quindici letti per tenda, bagno in comune, o addirittura la comoda, letti abbastanza scomodi almeno inizialmente finché non sono arrivati dei materassini decenti grazie a dei benefattori, etc.


Ho percepito un’umanità umiliata, non tanto e solo per le condizioni esteriori ma per tutto quello che stava attraversando, per la sofferenza, la paura, l’incertezza, per l’impossibilità di ricevere visite dei familiari etc. Qualcuno, dopo giorni di sofferenza grande a causa della malattia, scopriva là dentro che non avrebbe più ritrovato il proprio coniuge avendolo visto per l’ultima volta quando l’ambulanza li aveva portati in ospedale.

Là dentro non c’erano più distinzioni, erano tutti uguali, accomunati da una sorte comune.

Se a prima vista poteva apparire una situazione di disagio soltanto, ben presto ciò che più risaltava era come le persone venivano trattate là dentro: l’amore, la cura, l’attenzione con le quali i medici e gli infermieri si prendevano cura di loro.

Tutto era fatto nel nome di Gesù e questo ha fatto la differenza.

Tutti noi che abbiamo avuto la Grazia di lavorare là dentro in quel periodo, lo staff dei Samaritan’s purse e i volontari, lo ricordiamo come un momento benedetto.

Ci sentivamo dei privilegiati, perché percepivamo che era un onore e una Grazia poter servire quell’umanità così sofferente. È stato come poter toccare ogni giorno il corpo di Cristo piagato.

Questo rendeva ancora più prezioso per me l’invito di padre Rinaldo che ogni giorno prima di entrare nelle tende mi diceva: «Mi raccomando trattami bene Gesù!».

Pur in mezzo alla sofferenza e alla fatica c’era una grande Grazia che ci accompagnava e che non ci ha ancora lasciato. Si percepiva una Forza speciale che sosteneva, univa, dava energia a ognuno nel proprio servizio, grande o piccolo che fosse.

C’erano davvero tanti giovani che hanno prestato servizio là dentro: infermieri venuti dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Australia, dalla Gran Bretagna che avevano lasciato temporaneamente il loro lavoro per venire in soccorso a noi italiani! Studenti di medicina italiani neolaureati o in procinto di laurearsi, che invece di stare comodi nelle loro case facevano anche più di cento km al giorno per lavorare nelle tende dell’ospedale da campo e dare il proprio contributo in quel grande momento di sofferenza; una ragazza era persino salita da Napoli! Ci sono stati anche tanti giovani locali che semplicemente hanno risposto ad una chiamata!

È stato davvero edificante vedere questa gioventù!


Molti di noi interpreti, i medici, gli infermieri ma anche diversi pazienti siamo rimasti in contatto e tutti condividiamo il fatto che è stato un momento veramente speciale. Il personale dei Samaritan’s nel frattempo ha fatto altre missioni, ma molti concordano col dire che quella di Cremona è stata speciale.


Anche la città si è stretta intorno con una grande dimostrazione di carità. Ogni giorno c’era cibo a sazietà, torte fresche, attenzione di ogni genere. Un benefattore addirittura ha provveduto alle spese dell’albergo per tutto il tempo che lo staff dei Samaritan’s purse si è fermato a Cremona. Loro altrimenti sarebbero vissuti nelle tende, dormendo su delle brandine come nella foto,

condividendo bagni, docce e spazi personali tra di loro. Erano grati di questa grande provvidenza di cui erano stati destinatari eppure qualcuno quasi sentiva la nostalgia della tenda per poter vivere più profondamente questa esperienza condividendo la stessa vita dei pazienti!


Il personale medico e infermieristico faceva turni di 12 ore al giorno per due settimane, con un solo giorno di risposo. Non ho mai visto o sentito da parte loro nervosismo, lamentela, mormorazione: tutti erano felici di poter essere lì e non avrebbero voluto che essere lì!

Questo sentire comune dava forza e sostegno a tutti.


Quando i Samaritan’s hanno saputo che la nostra fraternità vive di Provvidenza e che condividiamo con i poveri ciò che abbiamo ci hanno letteralmente sommersi di cose: il cibo che avanzava e che ogni giorno era in sovrabbondanza, giacche invernali nuove avanzate che avevano ricevuto da alcuni benefattori, che abbiamo condiviso con dei bisognosi - a Marzo faceva ancora molto freddo e passare dallo spogliatoio alla donning area in camicia era un po' poco, allora si dovevano tenere delle giacche che si utilizzavano soltanto in quello spazio, o altre da utilizzare dentro le tende che poi sarebbero state bruciate, tantissimi gadget che ciascuno di loro aveva ricevuto ma che erano un po’ ingombranti da portare in aereo etc… Per questo motivo diverse volte alcuni membri dell’amministrazione Bev (il capo progetto), Ingrid e Jason, Sheila, Emily, Ali e altri sono passati da noi per un tè e così anche Cristina e Paola hanno avuto modo di conoscere queste splendide persone che sembrava aver conosciuto da sempre per la familiarità, la semplicità nei rapporti, l’amicizia che da subito abbiamo stretto.

Una sera sono venute a cena da noi ed abbiamo fatto una bella condivisione di vita e di esperienze. Ognuno di loro ha delle storie incredibili da raccontare e da ascoltare a bocca aperta ma anche loro erano affascinate dalla nostra scelta di vita di consacrazione totale al Signore, che dicevano essere per loro un grande segno.


“We all love Jesus” (Noi amiamo tutte Gesù), questa frase significa tanto, innanzitutto che siamo accomunati da un’unica fede in Cristo. Le nostre differenze “teologiche” non sono state assolutamente di ostacolo.

Sul campo abbiamo percepito di essere un unico corpo, il Corpo di Cristo che si prendeva cura della parte sofferente di questo Corpo. Qualche volta mi è capitato di condividere anche alcuni aspetti della fede con Antonio soprattutto, ma non solo, e non si avvertiva tra di noi nessun sentimento di superiorità o giudizio.

Il clima era speciale sotto tutti i punti di vista e il desiderio era quello di conoscerci, rispettarci nelle differenze, ammirarci reciprocamente, ma soprattutto là dentro ci sentivamo davvero una cosa sola e questo credo, era perché ciascuno di noi era lì per Gesù e faceva tutto per Lui.


Questi fratelli nella fede sono stati un grande dono per me, una forte testimonianza che ha dato un bello scossone alla mia fede.

Ho ammirato il loro coraggio nel testimoniare la fede con gioia, nel saper donarla agli altri, la loro grande conoscenza della Parola, la serietà di vivere il Vangelo in ogni aspetto della loro vita, non soltanto per i riti o le funzioni, il desiderio vivo di coltivare una relazione personale con Gesù etc. Ho percepito di avere tanto da imparare da loro e tuttavia ho anche rinnovato in maniera ancora più profonda il mio essere cattolica che mi permette ogni giorno di ricevere il DONO DEI DONI che non ha prezzo o concorrenti!".


Siamo veramente grate al Signore che ci ha concesso nella Sua Provvidenza di passare attraverso questa meravigliosa avventura!

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